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  Origini e storia

Alla fine del Medioevo, importanti capovolgimenti sociali crearono nuove premesse anche per l’arte e l’artigianato. Gli artigiani, a cui un tempo davano lavoro conventi e Corti, si trasferivano nelle città che sorgevano sempre più potenti e si riunivano in corporazioni che tutelavano i loro diritti, come già era avvenuto nelle città commerciali delle antiche civiltà dei Mediterraneo. Prestissimo il movimento delle corporazioni si insediò nelle città italiane, dove gli artigiani prendevano parte attiva alla vita politica già nel XIII secolo. Le prime notizie sull’esistenza di una corporazione di orafi ci vengono da Parigi, dove gli statuti del Corps d’orfèvrerie situato sul grande ponte sulla Senna, risalgono all’anno 1260. Essi comprendono 12 articoli con norme concernenti l’attività dei membri e, in particolare, richiami alla precisione e all’onestà, norme che ritroveremo in tutti gli ordinamenti degli orafi. Il marchio del maestro, la prova del metallo e il marchio della città furono prescritti da tutte le corporazioni. Essi garantivano l’osservanza delle norme in vigore. Ai committenti di una volta, la Chiesa e i principi, si aggiunsero, nel tardo Medioevo, la borghesia, di giorno in giorno più ricca e potente, le amministrazioni comunali, le confraternite e le corporazioni. La nuova categoria dei conoscitori e dei mecenati si annuncia già nel tardo Medioevo. In particolare, gli elenchi dei tesori dei re francesi e dei duchi di Borgogna sono la testimonianza di un cerimoniale di una Corte letteralmente cosparsa di oro e di pietre preziose. Il duca Giovanni di Berry possedeva una famosa collezione di gemme. A quanto viene riportato dall’orafo romano Filarefe, persino il più bel cammeo dell’antichità, la gemma augustea, che si trova oggi a Vienna, deve essere stato un tempo di sua proprietà. Carlo il Temerario, il più giovane discendente dei duchi di Borgogna, così amanti del fasto e del lusso, aveva una particolare predilezione per le pietre preziose ed in particolare per il diamante, pietra scoperta proprio da lui, Si tramanda che il Duca abbia chiamato alla sua Corte il tagliatore di gemme Louis de Berken, originario di Bruges dove questi si trovava e dove, dal 1465, esisteva una corporazione di tagliatori di diamanti. Il Duca viene considerato l’inventore del taglio del diamante (varietà di tagli di diamante); fu lui infatti a scoprire che si poteva tagliare la pietra più dura fra tutte le pietre preziose, solo nella sua stessa polvere, Il Medioevo conosceva sino allora solamente il taglio rotondo smussato. Solo il taglio sfaccettato liberò la pietra preziosa dal suo sonno incantato e la fece, per primo, veramente scintillare. Mentre tutte le altre tecniche dell’orafo erano già conosciute nell’antichità, per il taglio del diamante si trattava di un’importante novità che apriva la strada alla successiva storia dell’arte orafa. Il rubino era allora al primo posto, seguito, in ordine di valore, dallo smeraldo, dal diamante e dallo zaffiro. Dello sfarzo di un tempo è rimasto ben poco. In particolare la semplice e profana "tavola d’argento" veniva, in periodi di ristrettezza, nuovamente fusa per coniare monete. A fianco della vera e propria "camera del tesoro" con preziosi pezzi unici, apparve, già nel tardo Medioevo, la "stanza dell’argento" che conteneva l’argenteria da tavola. Anche Carlo il Temerario, come tutti i principi, portava con sé dalla Borgogna, durante le sue campagne di guerra, la sua argenterta da tavola fino a che non cadde nelle mani dei confederati vittoriosi, nel 1476, a Grandson. Veniamo a conoscenza così di molti aspetti moderni quasi "futuri" dell’arte alla Corte borgognona, questo sfarzo ostentato, questa ricchezza dissipata però, sono giustificahili solo se filtrati attraverso l’idea della forma di vita cortese-cavalleresca puramente medievale. La moderna consapevolezza della propria personalità basata sul principio del rendimento qualitativo si sviluppò dapprima nel 1400 fiorentino. L’artigiano che apparteneva nel Medioevo alle artes mechanicae, quindi alla categoria più bassa dei mestieri, dopo la scoperta della creatività dell’individuo poteva salire al grado ammiratissimo di artista. 

Collana in oro e pietre dure. Norimberga, 1530 Anche tra gli orafi, da Benvenuto Cellini a Wenzel Jamnitzer, fino a Jean-Baptiste Odiot, ci furono molti "uomini illustri" che il culto del genio dell’era moderna proclamò fari di guida. Anche il lavoro degli orafi doveva, parimenti all’appagamento di un fine ecclesiastico, religioso o profano, soddisfare le esigenze di un nuovo, autonomo ideale di bellezza. La nuova condizione che l’orefice e la sua opera assumono sin dal Rinascimento, si delinea più chiaramente negli scritti di Benvenuto Cellini (1500-1571). L’alta responsabilità morale con cui il maestro rendeva conto della sua vita tra il 1558 e il 1562 e la scrupolosità con la quale egli scrive di suo pugno nel 1568 i Trattati hanno procurato a Cellini un posto preminente nella coscienza artistica europea. Riportiamo innanzi tutto alcuni brani dall’Introduzione del Trattato del1' ore/iceria attraverso i quali possiamo notare che molti architetti, pittori e scultori celebri del Rinascimento fiorentino hanno iniziato la loro carriera come orafi; inoltre è intetessante sapere che accanto agli orafi italiani hanno ottenuto lodi i tedeschi Martin Schongauer e Albrecht Durer.

 

 « Conosciuto quanto e’ sia dilettevole agli uomini il sentire qualche cosa di nuovo, questa è stata la prima causa che mi ha mosso a scrivere. E la seconda causa (forse la più potente) è stata, che sentendomi fortemente molestare lo intelletto per alcune mie fastidiose cause, le quali in questo mio piacevole discorso modestamente io le farò sentire, sono certo che le moveranno i lettori grandemente a compassione, et a sdegno non piccolo ancora. Con la causa di tal causa imperò tal volta si potrà attribuire che un cotal male sia stato espressa cagione di un gran bene; perché se questo tal male e’ non mi fossi addivenuto, io per certissimo non mi saria forse messo a scrivere questo utilissimo bene: il quale si è, che veduto come mai nessuno si sia messo a scrivere i bellissimi segreti e mirabili modi che sono in nella grand’arte della Oreficeria; i quali non stava bene a scriverli né a filosafi, né ad altre sorte di uomini, se non a quegli che sono della stessa professione; e perché una tal cosa non abbia mai mosso nessuno altro uomo, forse la causa è stata che quegli non essere stati tanto animosi al ben dire, sì come è sono stati al ben fare pronti. Avendo io considerato un tale errore di tali uomini; et io, per non stare in cotal peccato, mi sono messo arditamente a una corale bella impresa, perché avendo la detta bella arte otto modi diversi di lavori, dei quali non s’è trovato forse mai, o sì veramente tanto di rado, che e’ non ce n’è alcuna notizia. che nessuno uomo sia stato tanto animoso di volere intraprendere di esercitarsi in più di uno, o insino in dua, e quali quel tale si possi giudicate che gli abbia fatti appresso che bene; perché io non fo conto di certi praticonacci, li quali si sono arditamente messi a lavorare di tutti a otto, e molte volte sono stati mossi da quegli che non hanno voluto o potuto spendere quello che merita il fargli non tanto bene, ma appresso che bene; imperò questi cotali uomini sono stati come certi bottegai che si truovano nei castegli, o in nelle pendice delle città, i quali fanno il fornaio et il pizzicagnolo e lo speziale et il merciaio, in somma e’ tengono di ogni cosa un poco; delle quali non v’è nulla che sia buono: e così dico che sono alcuni praticonacci. Ma volendo noi ragionare del vero modo del far bene questi tali e tanti mirabili esercizi, e’ non ci fa mestiero il ragionare se non di quegli uomini, dei quali ci è notizia che hanno operato in essi meglio degli altri. Ora, ricordandomi come nella città di Firenze si cominciò, e furno i primi che dessino principio a risuscitare tutte quelle arti che sono sorelle carnali di questa; e la prima luce che cominciò a dare lume, et il veto aiuto si fu il magnifico primo Cosimo de’ Medici, sotto il quale si mostrò quel gran Donatello scultore, e quel gran Pippo di ser Brunellesco architettore, e quel mirabile Lorenzo Ghiberti, il quale in quel tempo fece le belle porte del tempio antico allor fatto per Marte, et ora serve per il nostro Santo Giovanni Batista. Lorenzo Ghiberti fu veramente orefice sì alla gentil maniera del suo bel fare, e maggiormente a quella infinita pulitezza ed estrema diligenza. Questo uomo si può mettere per uno eccellente orefice, il quale tutto impiegò e messe il suo ingegno in quell’arte del getto di cotali opere piccole. E se bene egli alcuna volta si messe anche a fare delle grandi, imperò si vede che gli era molto più la sua professione il farle piccole; e per questo noi lo chiameremo veramente un buon maestro di getto: et a questa tale professione solo attese, e questa fece tanto bene, sì come ancor oggi si vede, che nessun altro uomo ancora non l’ha aggiunto. Antonio figliuolo d’un pollaiuolo il quale così sempre fu chiamato, questo fu orefice, e fu sì gran disegnatore, che non tanto che tutti gli orefici si servivano dei sua bellissimi disegni, i quali erano di tanta eccellenzia, che ancora molti scultori e pittori, io dico dei migliori di quelle arti, si servirno dei sua disegni, e con quegli ei si feciono grandissimo onore. Questo uomo fece poche altre cose, ma solo disegnò mirabilmente, et a quel gran disegno sempre attese. Maso Fin iguerra fece parte solamente dello intagliare di niello; questo fu un uomo che mai non ebbe nissuno paragone di quella cotale professione, e sempre opero servendosi dei disegni di detto Antonio. Sappiate che e’ sono stati infiniti di questa arte dell’oreficeria, tutti de’ nostri Fiorentini, e quali da essa arte hanno preso grand’animo, e di poi si sono volti o alla scultura, o all’architettura, o ad altre mirabili imprese. Donatello, che fu il maggiore scultore che sia mai stato, sì come ragionerò al suo luogo; il detto stette all’orefice che gli era giovane grande. Pippo di ser Brunellesco, il quale fu il primo che risuscitò il bel modo della grande architettura, ancor egli stette all’orefice gran tempo. Andrea del Verrocchio, scultore, stette all’orefice insino che gli era uomo fatto. Questo fu maestro del gran Lionardo da Vinci, che fu pittore e scultore et architettore, e filosofo e musico. Questo uomo fu uno angelo in carne, che al suo luogo ne ragioneremo quanto ci tornerà in memoria. Desiderio, ancora questo stette all’orefice, insino che gli era uomo; di poi si messe allo scultore, e fu un gran maestro in essa arte. Se bene io non fo mezione di tutti quei nostri Fiorentini che stettono a questa bella arte, basta che io ho ragionato di una buona parte di quegli che si acquistorno gloriosa fama. Ora io ragionerò di alcuni de’ forestieri, i quali mi vengono in preposito, e comincerò a ragionare dell’arte del niello. Martino (Schongauer), fu orefice e fu oltramontano, di quelle città todesche. Questo fu un gran valent’uomo, sì di disegno e d’intaglio di quella lor maniera. E perché già e’ si era sparsola fama per il mondo di quel nostro Maso Finiguerra, che tanto mirabilmente intagliava di niello (e si vede di sua mano una pace con un Crocifisso dentrovi insieme con i dua ladroni, e con molti ornamenti di cavagli e di altre cose, fatta sotto il disegno di Antonio del Pollaiuolo già nominato di sopra, et è intagliata e niellata di mano del detto Maso: questa è d’argento in nel nostro bel San Giovanni di Firenze); ora questo valent’uomo todesco, fornaio Martino, virtuosamente e con gran disciplina si mise a voler fare la detta atte del niello; e fece questo uomo da bene molte opere. E perché egli benissimo conosceva di non potere artivarle a quella bellezza e virtù del nostro Piniguerra, pure, come persona virtuosa, volse spendere la sua virtù in qualche cosa che fussi utile agli altri uomini. Egli si misse a intagliare in certe piastre di rame, et in quelle cominciò a girare il bulino, che così si chiama per nome quel ferrolino con che e’ s’intaglia; di modo ch’egli intagliò di molte belle storiette, molto bene composte, e molto bene e virtuosarnente osservato le ombre et i lumi; e, secondo quella lor maniera todesca, ell’erano bellissime. Alberto Duro (Durer) ancora lui si provò, e molto più gentilmente del detto Martino intagliò: ma ancora costui non si satisfece del suo intaglio per niellare, ma si risolse a fate delle stampe, et intagliò tanto bene, che nessuno poi l’ha aggiunto a un pezzo. Quest’uomo da bene era orefice; e per il buon disegno, oltre allo intaglio, si misse a fare la pittura, e fe molto mirabilmente bene; ma dello intaglio mai non ha auto pari. In prima aveva intagliato Andrea Mantegni, gran pittore nostro italiano, e non riuscì; imperò io non ne dico altro; e il simile fece il nostro Antonio dei Pollaiuolo: e perché ie non satisfeciono, io non dico altro di loro, e se bene il detto Mantegna fu eccellente pittore, et il Poilaiuolo eccellente disegnatore. Antonio da Bologna e Marco da Ravenna, furno ancora loro orefici. Antonio fu il primo che cominciè a intagliare a gara di Alberto Duro; ma questo uomo da bene osservò i disegni del gran Raffaello da Urbino pittore, et intagliò molto bene, e con mirabil disegno fatto al buono e vero modo italiano, osservando la maniera e modi degli antichi Greci, i quali seppono più di ogni altri. Molti altri si sono messi a intagliare di questo modo da stampare; ma perché loro non si sono appressati a quel grande Alberto Duro, et anche poco al nostro italiano Antonio da Bologna, però io non ne parlo: massimamente perché la uscirebbe fuori del nostro preposito, il quale è che noi vogliamo ragionare della bella arte del niello, e delle belle difficultà che sono in essa arte. E se bene quando io andai a imparare l’arte della oreficeria, che fu nel mille cinquecento quindici, che così correvano gli anni della mia vita, sappiate che la detta arte d’intagli di niello si era in tutto dismessa: ma perché quei vecchi, che ancora vivevano, non facevano mai altro che ragionare della bellezza di quest’arte, e di quei buoni maestri che la facevano, e sopra tutto del Finiguerra; e perché io ero molto volonteroso d’imparare, con grande studio mi messi a imparare, e con i begli esempli del Finiguerra io detti assai buon saggio di me. E perché io avevo qualche difficultà, da poi che io avevo intagliato qualche cosa, con la materia del niello; mi messi a imparare come il detto nielIo si faceva, acciò che io meglio mi contentassi, e per potere facilitare la gran difficultà che io trovavo in nel niellare, solo per causa del detto niello, il quale io imparai a fare e da poi ci mi fu molto più facile cotale opera. »

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Spilla a forma di gallo oro, smalti e pietre. 1600


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Ciondolo con oro, smalti e pietre. 1630


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Corona Imperatore Rodolfo II - Cekoslovacchia 1602


 

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Collana Lalique con oro, smalti e brillanti  -  Francia 1909


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Collana in oro e pietre dure - Norimberga, 1530

Vi è anche una spiegazione delle diverse tecniche dell’oreficeria . Esse concordano nella maggior parte dei particolari con le ricette’ della Scbedula ditversarum artium del prete Teofilo, redatte nel XII secolo. Pertanto metodi di lavorazione degli orafi sono cambiati solo di poco nei corso dei secoli.

I marchi dell'oreficeria nei sec. XVI - XVII - XVIII

 

  Conosciamo le Gemme

Per Gemma si intende qualsiasi minerale (come il Diamante), aggregati di minerali (come i Lapislazzuli) rocce (come l'Alabastrite) o materiale di origine organica (come l'Ambra e la Perla), lavorato con tecniche tipo la faccettatura e la lucidatura al fine di esaltarne le caratteristiche e le qualità per adornare i gioielli.

Oggi sul mercato esistono molte varietà di gemme sintetiche, ovvero prodotti artificiali con caratteristiche fisiche e chimiche identiche a quelle delle gemme naturali tali che a volte soltanto una accurata analisi al microscopio può evidenziarle. Le imitazioni, invece, sono riproduzioni di gemme naturali fabbricate in parte o completamente dall'uomo; esse assomigliano per aspetto, colore ed effetti ottici a una gemma naturale, ma non ne possiedono le caratteristiche chimiche e fisiche (vedi sezione "Sintesi e Trattamenti")

E' buona norma, quanda si acquista una Gemma o un gioiello incastonato con delle Gemme, farsi rilasciare sempre un certificato di garanzia firmato dal venditore con tutte le caratteristiche delle Gemme (il nome del minerale, la qualità, il tipo di di taglio, il colore, e il peso in carati).

I nomi più antichi delle gemme derivano da lingue orientali, dal greco e dal latino. La grafia greca, soprattutto, ha lasciato la sua impronta anche nella nomenclatura moderna. I nomi originari fanno riferimento a spiccate caratteristiche delle gemme, soprattutto ai colori, al luogo del ritrovamento e infine a misteriosi poteri che, secondo la credenza, erano nascosti in essi.

 

Le Gemme più conosciute in commercio:

Acquamarina  Alessandrite  Almandino (granato)  Ambra  Ametista

Andalusite  Berillo  Citrino  Corniola  Crisoberillo  Demantoide

Diamante  Elbaite  Eliodoro  Essonite  Fenacite  Granato  Kunzite

Lapislazzuli  Marcasite  Melanite  Morganite  Opale  Peridoto  Perla

Pietra di Luna (Adularia)  Rubellite  Rubino  Smeraldo  Spinello

Tanzanite  Topazio  Turchese  Uvavorite  Zaffiro  Zircone

 

  Il micromosaico

Il mosaico minuto o "micromosaico" in smalti filati è una tecnica artistica che nasce a Roma, e più precisamente presso la Reverenda Fabbrica di San Pietro, nella seconda metà del Settecento. La sua peculiarità consiste nell'impiego di tessere di misura molto ridotta, anche inferiore al millimetro, che sono il risultato finale di una laboriosa procedura articolata in quattro fasi: fusione dello smalto, o pasta vitrea, ad una temperatura di circa 800 gradi; amalgamazione della massa incandescente effettuata con appositi puntelli; "filatura" per mezzo di pinze, dell'impasto ottenuto che è tirato fino a ricavare delle bacchette dello spessore e della forma desiderata: riduzione delle bacchette in "tessere" cioè in piccoli segmenti, con l'aiuto di limette diamantate.

La tecnica nasce, come detto, presso la Reverenda Fabbrica di San Pietro in seguito a uno studio ordinato dal papa per la conservazione dei dipinti presenti nella basilica di San Pietro. Il mosaico tradizionale infatti non offriva una varietà di colori sufficienti a riprodurre tutte le sfumature della pittura. Il mosaico filato presenta invece delle caratteristiche che permettono di ottenere un effetto pittorico, grazie alla possibilità di creare infinite tonalità e sfumature, diverse forme e dimensioni delle tessere.

Questa tecnica rimane ancora oggi praticata quasi esclusivamente a Roma, così come è stato dalle sue origini. All'inizio del 1800 il micromosaico viveva il suo periodo di maggior vitalità, anche e soprattutto al di fuori dello Stato Vaticano, tanto che alcuni atelier furono aperti, da maestri italiani, presso la corte dello zar in Russia e in Francia, ma la produzione più massiccia rimane quella italiana.

Le disagiate condizioni economiche dei mosaicisti impiegati presso il Vaticano e il crescente arrivo di turisti stranieri nel nostro paese, spinse gli artisti a operare anche in botteghe proprie. Le loro creazioni fungevano da souvenir, o, molto spesso, da vera e propria "cartolina". Sono infatti molto frequenti le riproduzioni di vedute, paesaggi e monumenti romani, che i turisti riportavano in patria alla fine del "gran tour".

Oggi la tecnica del mosaico filato è praticata da pochissimi artisti, non esistono più scuole che insegnino tale tecnica e anche reperire il materiale base diventa sempre più difficile.