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Lo smalto per metalli,
l'origine del quale è antichissima in quanto risalente agli antichi Egizi, circa
2800 anni a.C., marcia di pari passo con la storia del vetro del quale è parente
assai prossimo essendo costituito da sostanze relativamente abbondanti in natura
e di larga diffusione. Esso diventa però preziosissimo se manipolato dalla mano
creatrice dell'artista capace di farne un tutt'uno con l'oro, l'argento, il rame
ed altri numerosi metalli sui quali viene posta la polvere vitrea.
L'applicazione artistico-decorativa dello smalto si sviluppò soprattutto a
Bisanzio dove si accoppiò mirabilmente con l'arte orafa; da Bisanzio si diffuse
in tutto il continente europeo dove, nel Medio-Evo, vide i suoi trionfi in
Georgia, in Italia ed in seguito in Francia ed in Germania. Le composizioni
dello smalto sono diverse per i diversi metalli e ciò a seconda della
temperatura di fusione. Per i metalli preziosi e per il rame esistono smalti che
fondono tra i 650 e gli 800 gradi centigradi.Come già accennato più sopra
sappiamo che fino dal III millennio a.C., in Egitto, venivano impiegati smalti
già cristallizzati in due colori non solo a scopo decorativo ma anche come
rivestimento interno di ambienti particolari. E' noto, tuttavia, che gli Egizi
conoscevano solo la tecnica del vetro colorato , quella del cosiddetto "
millefiori " e quella delle paste vitree che adoperavano per decorare i
gioielli, facendo aderire i materiali al metallo mediante mastici particolari;
soltanto in epoca Romana verrà introdotta in Egitto la lavorazione a caldo ma
esclusivamente sulla terracotta.
In Mesopotamia, come nel
caso della famosa porta di Istal, a Babilonia (età di Nabucodonosor) ed in
Persia, ad esempio " sulla parete degli arcieri " di Sura, nel palazzo di Dario
(oggi al museo Louvre di Parigi) si trovano testimonianze della tecnica
decorativa di tipo Egiziano. Tracce di uso dello smalto si trovano anche in età
successiva su alcuni anelli micenei (oggi al British Museum) trovati a Kouklia,
Cipro, in una tomba del XIII sec. a.C. Soltanto molto più tardi anche se in
epoca e sede imprecisata si sviluppò uno dei procedimenti più antichi, l'uso
della policromia e l'inserimento di queste paste vitree in sedi (alveoli) o
piccole celle formate di sottilissimi segmenti metallici applicati sul corpo
dell'oggetto da decorare. Sicuramente tale tecnica nacque in oriente e si
diffuse in seguito presso gli artigiani Egizi, Sciiti ed Etruschi per passare,
in seguito, agli orafi Bizantini. Anche l'oreficeria Greca si avvalse della
tecnica dello smalto per creare piccole figure, mentre i Romani, applicavano lo
smalto (vitrum) abbastanza largamente alla loro metallurgia preziosa. Gli
esemplari più ricchi, però, risultano provenire dall'area Celtica a partire
dall'epoca di La Tène (V sec.a.C)
Lo smalto, quindi, trovò
ampio spazio di applicazione, in principio arricchendo le metodologie realizzate
nel mondo Romano ed in seguito perfezionando la tecnica del "Cloisonné" con oro,
e grazie agli artisti ed orafi Bizantini quest'arte si diffuse in tutta
l'Europa. Il più antico oggetto con smalto "Cloisonné" di gusto e stile
Bizantino, giunto fino ai nostri tempi, è il reliquario della chiesa di S.
Reparata a Poitiers, reliquario risalente al VI sec. (565-575); tra il VII e l'
VIII secolo la smaltatura Bizantina raggiunse altissimi livelli ma l'epoca del
massimo splendore si può collocare tra il X ed il XII secolo, quando furono
realizzate le placche della Pala d'Oro di S.Marco a Venezia. Altri
raffinatissimi esempi di smalto Bizantino sono quelli della Stauroteca della
Cattedrale di Limburgo e quelli della Corona di CostantinoMonomaco conservati
nel museo nazionale di Budapest.
Mentre trionfava lo
smalto Bizantino, l'arte Celtica dell'Europa continentale e delle isole
Britanniche conosceva fin dal V sec. a.C. la tecnica dello "Champlevé" su
bronzo. La produzione di suppellettili ornati di smalto "Champlevé" conobbe la
sua epoca d'oro in concomitanza con l'epoca d'oro del "Cloisonné" nel XII
secolo. In tutta Europa nel periodo tra il 1150 ed il 1250 i laboratori degli
smaltatori produssero una considerevole quantità di oggetti liturgici smaltati
con la tecnica delle due scuole suddette; alla fine del 1200 lo "Champlevé" fu
arricchito introducendo lo smalto traslucido, l'invenzione del quale viene
attribuita ad alcuni orafi Italiani anche se numerose opere si trovano in
Francia e quindi i Francesi ne rivendicano la paternità. Nel XIV secolo la
tecnica dello smalto traslucido ha il suo massimo splendore in Italia e
precisamente a Siena anche se Parigi ritiene di essere il depositario per
eccellenza. Il XV secolo conosce il tramonto delle due antiche tecniche
"Cloisonné e Champlevé", mentre rimane in auge il traslucido su bassorilievo, in
oro ed in argento, tecnica questa, prediletta dagli Orafi Rinascimentali e
Manieristi per la smagliante decorazione policroma di preziose suppellettili
come le saliere di Francesco I eseguite da Benvenuto Cellini (Kunst-Historischer
Museum di Vienna) e ritenute vero capolavoro del Manierismo.
Benvenuto Cellini
appartiene a quel gruppo di Artisti Italiani e Fiamminghi legati alla storia
dell'oreficeria e degli smalti d'età manieristica che, tra il 1530 ed il 1540
fondò alla Corte di Francia la scuola di Fontainebleau. Da non dimenticare gli
importanti trattati dell'oreficeria e della scultura pubblicati dallo stesso
Maestro Cellini a Firenze nel 1568, trattati che costituiscono la base di tutte
le tecniche orafe. Tra il '500 ed il '600, grazie alle richieste aristocratiche
sia laiche che Ecclesiali si ebbe una produzione grandissima sia per numero che
per qualità di oggetti in metallo prezioso e smalti multicolori; tutte le case
regnanti fecero a gara per ottenere suppellettili di grande valore artistico,
dalla Corte di Vienna alla Sassonia, dai Reali di Francia ai Reali Spagnoli,
dagli Zar di Russia alle grandi Famiglie Fiorentine compresa, per eccellenza,
quella dei Medici.
Questo successo continuò
fino a tutto il XVIII secolo con lo sviluppo di altre tecniche quali lo "smalto
dipinto" su rame, e la pittura monocroma in bianco e nero detta "grisaille" fino
a giungere al previsto collasso! In seguito prese piede la tecnica della
miniatura su smalto che ebbe immediatamente un travolgente successo presso tutte
le più importanti famiglie europee ma soprattutto in Russia dove gli Zar avevano
un potere sconosciuto alle altre nazioni. Proprio in questa parte d'Europa e
precisamente a San Pietroburgo, un Francese, Peter Carl Fabergé (1846/1920),
grande orafo e smaltatore, figlio di Gustav Fabergé, fondò una delle più grandi
aziende orafe del tempo arrivando ad avere centinaia di dipendenti e filiali
anche a Mosca, Odessa, Kiev e Londra. La dinastia dei Fabergé e la loro potenza,
data anche dalla vicinanza della famiglia dello Zar Nicola II Romanoff finì nel
1918 con la fuga in Svizzera a causa della rivoluzione proletaria.
Finito il XIX secolo ed
iniziato il XX con la trasformazione radicale delle società, con il declino
delle grandi Monarchie e con loro anche le grandi corti aristocratiche, sia i
Francesi che gli Inglesi conferirono nuovi impulsi all'arte dello smalto
riproducendo sopra i loro oggetti più o meno preziosi la sinuosità delle linee
del "Liberty" la struttura geometrica " dell'Art-decò " e le figure
"dell'Art-nouveau".
La Tecnica dello Smalto
L'origine della parola
smalto non è univoca; c'è chi la vuole derivata dal sostantivo maschile fràncone
"smalt",chi invece la vuole derivante dal tedesco medioevale "schmel-zen"
(fondere); questa parola tedesca sembra adattarsi meglio della prima, infatti,
"smalto" sta ad indicare il rivestimento vetroso con o senza aggiunta di ossidi
coloranti od opacizzanti applicato per fusione su manufatti ceramici o
metallici. Dal punto di vista chimico-mineralogico lo smalto si presenta come
una sostanza di natura vetrosa costituita da una miscela di silicati, potassio,
silice, soda, minio, quarzo, feldspato, borace, e minerali fosfatici. Il colore
dipende dalla percentuale di ossidi metallici aggiunti. La preparazione del
materiale viene fatta in forni diffusori con temperature che vanno dai 600° ai
1000° gradi centigradi; segue un brusco raffreddamento in acqua ed una
conseguente macinatura "fritta".Alla "fritta" vengono aggiunti gli ossidi di
metallo per la colorazione, segue un lungo lavaggio con acqua distillata ed una
nuova fusione con conseguente colaggio in staffe per la conservazione in
blocchi. Prima dell'uso il blocco deve essere nuovamente macinato finemente e
lavato con acqua distillata.
Esistono circa 700
colori di smalto, ma con la tecnica della stratificazione dei diversi colori, si
possono ottenere infinite combinazioni.
Tipologia di smalti
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Cloisonné: Smalto di diversi colori
separati da un reticolo metallico (Cloison) applicato su un primo strato di
smalto generalmente bianco.
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Champlevé: La lastra da smaltare viene
scavata lasciando il bordino leggermente obliquo e ricoperta con smalti di
diverso colore.
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Basse-Taille (bassorilievo): Sofisticata tecnica di decorazione a smalto derivata dallo "Champlevè". Smalto
traslucido applicato sul disegno sottostante (incisione, guilloché).
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Guilloché: Incisione che mediante
intrecci di righe dritte ed ondulate crea numerosi disegni.
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En ronde bosse: Smalto applicato su
sbalzi (statuette o altro) a tutto tondo.
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Grisailles: Miniatura monocroma
(inizialmente solo di colore grigio, da cui il nome) basata su varie tonalità di
uno stesso colore con effetti di chiaroscuro e rilievo.
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Miniatura a smalto: Tecnica messa
a punto in Francia nella prima metà del XVII secolo derivata dalla pittura a
smalto; si applicava uno smalto bianco o, comunque, chiaro, sul quale si
riproduceva sempre a smalto il soggetto desiderato.
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Pittura a smalto: Tecnica sviluppatasi
nel XV secolo, su un supporto di metallo, in genere rame, si applicava uno
strato di smalto in polvere che, scaldato, si fondeva creando la base per
dipingere.
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Paillons: Pagliuzze d'oro puro
sottilissime disposte tra due strati di smalto.
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Pliqué à jour o cattredale o
filigrana: Smalto cloisonné senza l'appoggio di fondo, lo smalto è sorretto
soltanto dai cloisons laterali.
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Millefiori: Tipo di vetro; Si ottiene
con la fusione di verghe di vetro di colore diverso tagliato in sezione.
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Nell'arte
dell'oreficeria la filigrana indica leggeri e finissimi lavori che imitano
l'arabesco, composti con sottilissimi fili d'oro o d'argento, che presentano
un'infinitá di oggetti sotto diverse forme. Con questa tecnica orafa vennero
delle piú antiche civiltá medio orientali. I canali moda e di costume... la
storia insomma influí sulla diffusione e l'evoluzione tecnica della filigrana da
principio nell'area mediterranea ed in oriente fino a divenire patrimonio del
continente asiatico, europeo, africano e dell'america latina, con
caratteristiche proprie delle varie scuole. In Italia é giá presente
nell'oreficeria etrusca con stupende opere in granuli. Nell'oreficeria romana
imperiale troviamo i primi gioielli ottenuti esclusivamente in filigrana a
giorno, con l'esclusione della lamina di base. Le civiltá barbariche ed il gusto
bizantino produssero nuovi capolavori, intorno al 1200, con il ritorno dei
crociati la filigrana approdó in Genova ed in Venezia (opus veneticum). Fu in
Liguria che migliaia di famiglie si impegnarono nella produzione di filigrana
tra la fine del '700 e l'inizio dell '800, ed i Genovesi erano celeberrimi in
questo ramo dell'artigianato. Altri centri di lavorazione della filigrana in
Italia furono Torino, la Val Sesia, Firenze, Cortina d'Ampezzo, Pescocostanzo,
Scanno, Roma, Napoli, la Sardegna.
La storia della filigrana
L'uso del termine
filigrana (meno comune filagrana o filigrana) viene usato a partire dal 1600,
probabilmente per merito di un letterato fiorentino, Lorenzo Magolotti.
L'origine del nome é senza dubbio latina, e deriva dall'unione di due
sostantivi: filo (fílum) e grano inteso come granulo (granum). Secondo
l'Enciclopedia Treccani essa é " un particolare tipo di lavorazione dell'oro e
dell'argento, che consiste nel curvare e nell'intrecciare filamenti di metallo,
riunendoli nei loro punti di contatto con saldatura, anch'essa di metallo, per
mezzo di cannello da saldare". In genere, quindi, tutta l'opera viene eseguita
interamente con filo granato, ottenendo l?effetto di un arabesco un poco
irreale. La prima filigrana autentica dell'antichitá é documentabile dai
ritrovamenti di Troia (Hissarlik, II e III strato) databili al 2000-2500 a.C., e
di Ur, antica capitale dei Sumeri, che documentano giá l'uso dell'argento e una
buona tecnica di lavorazione. Per alcune fonti (vv Enciclopedia delle Arti e
Industrie, 1882), " gli inventori della filigrana sono stati gli Arabi, perch?in
tale industria furono sempre eccellenti. Una ragione abbastanza buona che si ha
della preferenza data da questi popoli a tale ramo dell'oreficeria, sta nella
predilezione che ebbero ed hanno le loro donne per gli ornamenti leggeri, causa
del caldo clima del paese in cui vivono e della mollezza dei loro costumi. ".
Senza macchine, la produzione di filo per lavori in filigrana deve essere stata
un grosso problema per gli antichi artigiani. Ci sono varie ipotesi circa il
metodo di produzione del filo; tuttavia esse concordano nel ritenere che il
primo passo fosse quello di staccare delle striscioline dai fogli di metallo
usando un utensile tagliente. Incerto é il metodo utilizzato per trasformare
queste striscioline in filo: alcuni esperti affermano che le strisce venivano
rese tonde martellandole. Questo metodo, se plausibile per la lavorazione di
barre o grossi fili, non é peró valido per produrre gli esilissimi fili che il
lavoro in filigrana richiede. Il metodo piú probabile sembra invece quello
secondo cui il filo veniva tirato attraverso filiere non molto diverse da quelle
usate dagli artigiani di oggi, utilizzando grani forati di pietra dura. In
Egitto sono stati ritrovati oggetti in filigrana risalenti al 1500 a.C.: qui i
monili sono confezionati con lavori a traforo e con l'armonica disposizione di
maglie, lamine e verghette di metallo; bracciali e ciondoli dí varie fogge
lavorati in filigrana sono stati ritrovati anche nella ricca tomba del faraone
Tutankhamon. In Unione Sovietica, presso Carnigov, sono stati rinvenuti ciondoli
con raffigurazioni di leoni e arieti a decorazione a fili d'oro e pendenti con
perle intrecciate di filo granato, risalenti al 1100 a.C.: gran parte
dell'oreficeria russa del periodo risente gli influssi dell'arte del levante
greco. Intorno all'ottavo secolo a.C. essa si diffonde nell'Etruria, dove sono
stati ritrovati monili di notevole bellezza, in particolare a Bisenzio,
Vetulonia, Tarquinia, Cerveteri: in queste filigrane la lavorazione é piú
raffinata ed aggraziata in un moderato sfoggio di linee e di curve, con l'uso di
figure umane ed animali ottenute a stampo su sottili lamine poi ricoperte di
granuli. Secondo Erodoto gli Etruschi sono un popolo proveniente dalla Lidia,
antica regione dell'Asia Minore: questo spiegherebbe la familiaritá di questo
popolo con la tecnica di lavorazione dei metalli, essendo i giacimenti della
Lidia tra i piú cospicui e famosi dell'antichitá. Alla caduta dell'Impero Romano
d'Occidente (600 d.C.), le invasioni barbariche portano in Italia un
interessante contributo sia. tecnico che stilistico nella lavorazione della
filigrana: in particolare ricordiamo la decorazioni delle armi con l'uso del
cesello e con l'ageminatura. Gli oggetti lavorati con la tecnica della filigrana
cono per i primi secoli usati solamente per ornamento; solo a partire dal
Medioevo a questi si affiancano oggetti legati al culto religioso, quali calici,
candelabri, crocefissi, mentre in Cina si eseguono riproduzioni di oggetti reali
appartenenti all'uso quotidiano. In Italia la lavorazione inizia dopo il mille,
grazie ai rapporti che le Repubbliche Marinare avevano avuto con i paesi
dell'Oriente durante il periodo delle Crociate. Importanti centri di produzione
sorgono ad Agrigento, Firenze, Genova, Napoli, Torino, Venezia e in Sardegna. In
particolare Venezia diventa un importante centro di produzione, con oggetti in
oro e argento lavorati in filigrana con rara maestria, in cui la ricchezza
ornamentale tipica dello stile bizantino é smorzata e resa piú semplice ed
elegante. Sono di questo periodo pregevoli lavori quali le legature bizantine
del tesoro di S. Marco a Venezia e i candelabri di Carlo II d'Angió in S. Nicola
di Bari, la cornice del "Volto Santo da Odessa" in S. Bartolomeo degli Armeni a
Genova. Nell?800 importanti centri sorgono in Trentino (Cortina d'Ampezzo), nel
Veneto (Padova) e in Abruzzo (Pescocostanzo), senza dimenticare le giá
menzionate Genova e Venezia. Da cronache del tempo risulta che verso la fine del
secolo scorso venivano esportati dall'Italia lavori in filigrana d'argento per
450000 Kg e 100000 Kg in oro. Lavori di particolare bellezza, tra cui una
fontana di stile gotico alta 70 cm, denominata "il trionfo", in cui si trovano
inseriti tutti i fiori della vallata cortinese, sono rintracciabili a Cortina
d'Ampezzo, dove negli ultimi trent'anni del secolo scorso fu attiva, per merito
di un artigiano del luogo, Giuseppe Ghedina, una rinomata scuola
dell'artigianato in filigrana d'argento. A Torino molto rinomata era nel secolo
scorso la fabbrica di Beretta. A Genova il periodo di maggior produzione si ebbe
tra il 1700 ed i primi anni di questo secolo, con botteghe artigiane che
contavano anche 200 dipendenti e producevano lavori su commissione per diverse
parti del mondo, tra cui le Americhe e l'Australia. La produzione ligure, che
nel ?700 si richiama molto allo stile orientale, con una notevole esportazione
nelle terre del Levante che continuerá anche nel secolo successivo, si estende
nell'800 agli ornamenti del costume popolare, in particolare per le popolazioni
della Liguria e della Sardegna. Di fatto, l'attivitá dei filigranisti di Genova
é confusa, sino alla metá del secolo scorso, con quella degli orafi e
argentieri, denominati in dialetto genovese "fravegni", e non ci permette di
conoscere gli autori di queste opere. Tra gli abili artigiani che operarono in
Genova dalla metá dell'800 ai primi di questo secolo, é doveroso ricordare
almeno Pisano, Barabino, Sommariva, Grasso, Sivelli, De Andreis, Bevegni,
Bennati, Barbieri. Di fatto, l'arte della filigrana é giunta sino a noi senza
subire grossi cambiamenti tecnici, dal momento che i due elementi fondamentali
della lavorazione sono ancora oggi il filo ritorto e i granuli. Spesso,
soprattutto nei secoli passati, la sua funzione principale é stata quella di
decorare e rifinire gioielli, permettendo l'applicazione di pietre dure e pasta
vitrea. Solo dall'epoca romano-imperiale la filigrana acquista un suo carattere
autonomo, disgiunto da altri sistemi di lavorazione, realizzando monili dai
quali é eliminato l'impiego della lamina di base. Inizialmente lavorata
unicamente in oro, grazie alla sua malleabilitá e al fatto che é inattaccabile
dagli agenti naturali, essa é oggi lavorata quasi unicamente in argento. Essendo
un tipo di attivitá basata ancora oggi su tecniche e ritmi di lavoro molto
artigianali, e quindi molto costosi, in cui la manodopera viene ad incidere in
misura preponderante sul costo del prodotto, essa sta oggi lentamente
scomparendo. Un buon filigranista, infatti, deve avere almeno dieci anni di
esperienza per poter affrontare opere di un certo impegno e, oltre a possedere
uno spiccato gusto estetico, esso deve avere chiare conoscenze tecniche sia
nella lavorazione dei metalli che nel disegno. Tra i centri di produzione piú
qualificati di cui si sia oggi a conoscenza, occorre ricordare Gondomar e Oporto
in Portogallo e Orissa in India. In Italia oggi l'unico centro di produzione di
rilievo si trova a Campo Ligure, dove verso la fine del secolo scorso sorsero le
prime "botteghe", grazie agli artigiani Antonio Olivieri, giá legato alla
bottega genovese dei Grasso, e Michele Bottaro. Oggi a Campo Ligure sono in
attivitá oltre venti laboratori di filigrana, i quali hanno saputo fondere in
modo mirabile le tecnologie attuali e le tradizioni di un tempo, mantenendo la
bellezza propria della lavorazione artigianale. |